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Google Drive e la nuova privacy policy troppo vaga

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google services drive Google Drive e la nuova privacy policy troppo vaga

Il più grande inconveniente con la privacy policy di Google Drive è che non c’è in realtà una specifica politica circa il servizio di storage: a dettare i termini d’uso ci sono solo i nuovi termini unificati di servizio e privacy policy.

La mossa di unire e semplificare che ha compiuto la società all’inizio di quest’anno ha incontrato una grande quantità di critiche e anche una supervisione internazionale, ma Google sembra determinato a continuare sulla sua strada.

Ciò significa che l’azienda dovrà usare un linguaggio abbastanza ampio per trattare tutti i vari aspetti, perdendo magari, tra le righe, punti importanti non presenti in tutti i servizi.

Ecco la sezione dei termini di servizio di Google che dopo il lancio sta causando tutta una serie di polemiche:

Alcuni dei nostri Servizi permettono all’utente di inviare contenuti. L’utente mantiene gli eventuali diritti di proprietà intellettuale detenuti su tali contenuti. In breve, ciò che appartiene all’utente resta di sua proprietà.

Quando carica o invia in altro modo dei contenuti ai nostri Servizi, l’utente concede a Google (e a coloro che lavorano con Google) una licenza mondiale per utilizzare, ospitare, memorizzare, riprodurre, modificare, creare opere derivate (come quelle derivanti da traduzioni, adattamenti o modifiche che apportiamo in modo che i contenuti dell’utente si adattino meglio ai nostri Servizi), comunicare, pubblicare, rappresentare pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire tali contenuti.

I diritti che concede con questa licenza riguardano lo scopo limitato di utilizzare, promuovere e migliorare i nostri Servizi e di svilupparne di nuovi.

Da questo si può ben capire come Google abbia numerosi diritti, basti però pensare a come sarebbero limitati i servizi di Google se non avesse il permesso di usare, ospitare, memorizzare, modificare, comunicare, pubblicare o distribuire i contenuti; non potrebbe spostare i file sui propri server, fare cache dei dati, o riprodurre le miniature delle immagini, dal momento che sarebbero copie non autorizzate.

Non potrebbe eseguire Google Translate o Google Image Search e sarebbe anche illegale riprodurre i clip di YouTube in pubblico.

Google si da quindi, tutta una serie di permessi che potrebbero eventualmente servire per riprodurre i nostri contenuti su tutti i servizi di cui è in possesso, naturalmente con la specifica limitazione che non lo rendono proprietario di ciò che l’utente carica e che non gli consentono di utilizzare i dati al di fuori dei suoi servizi.

Di certo Google non può frugare tra le cartelle che gli utenti caricheranno su Drive, per poi magari trovare qualche immagine e renderla fruibile come  sfondo per la home del motore di ricerca.

Non solo si tratterebbe di un comportamento folle, ma è anche vietato dalla politica sulla privacy di Google , che recita:

Utilizziamo i dati raccolti da tutti i nostri servizi per offrire, gestire, proteggere e migliorare i servizi, per svilupparne di nuovi e per proteggere Google e i suoi utenti.

Utilizziamo queste informazioni anche per offrire contenuti personalizzati, ad esempio per visualizzare risultati di ricerca e annunci più pertinenti.

[...] Richiediamo il consenso dell’utente per utilizzare le informazioni per scopi diversi da quelli stabiliti nelle presenti Norme sulla privacy.

 

Anche in questo caso, si sta sempre sul generico, ma è chiaro che Google non va a scavare nelle cartelle di Drive per migliorare i propri servizi.

Sarebbe molto più semplice per la società, offrire termini di servizio più specifici e una politica di privacy diretta, invece che essere poco chiari e rischiare fraintendimenti.

Non ci rimane che augurarci che Google segua il proprio motto “Don’t be evil” e che faccia un buon uso dei dati degli utenti ma soprattutto che compensi alla vaghezza dei nuovi termini dei suoi servizi, possibili fonti di incomprensione.

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